L’urlo della Nazione By Giulia Paganelli (ilrasoio.wordpress.com)

Loro sono immobili, muti, con le mani sul volto quasi che queste possano essere barriere che impediscono all’orrore di entrare. Davanti, una distesa di fiori bianchi emana quello che da oggi sarà ricordato come il profumo dei morti. Ecco cosa accade quando l’affronto più grande che una nazione può subire, viene ordito da un suo figlio. Mi chiedo come si possano concepire ora i temi di potere e di sicurezza nazionale se la stessa patria partorisce colui che questa monolitica correttezza ha infranto. Breivik ha tolto respiro alla sua nazione, l’ha dissanguata, massacrata. Perchè quando si decide con lucidità isterica di colpire la frangia politicamente più giovane e attiva, non si tratta solo di un attentato che cade nella categoria del tempo presente, ma si pensa e si vuole bucare la trama della crescita futura della nazione. La sensazione assomiglia a quella che si prova leggendo dell’arruolamento di soldati malati di AIDS nel Rwanda del 1994, uomini destinati agli stupri di massa delle donne Tutsi cosi da contaminare anche il futuro dell’etnia. E’ una scelta che lui stesso definisce atroce ma necessaria per il bene del futuro della nazione. A volte leggiamo pensieri e ascoltiamo parole che osano turbare l’intero universo, arrogandosi il diritto di decidere sopra ogni ragionevole motivazione.

Eppure… osserva che straordinaria somiglianza esiste tra questo tuo figlio assassino e l’altro figlio che, in silenzio, ha descritto gli orrori della tua solitudine interna, Norvegia. Guardali. Entrambi sono soli nella massa, vittime di quell’individualismo scandinavo che tanto difendi ma che attua l’inesorabile selezione darwiniana: il più forte soltanto può sopravvivere. E il più forte, evidentemente, non è stato Breivik per quanto il suo atto palesi una violenza strutturale impenetrabile, fatta di pianificazione millimetrica e auto-convincimento giornaliero. La rappresentazione dell’angoscia e dello smarrimento di fronte ad uno scenario umano che poco spazio lascia alla ragione se non si è strutturati naturalmente. C’è da rivedere un’intera cultura educativa, dopo la strage di Utoya; c’è da revisionare il fascino e l’ammirazione che spesso si prova volgendo lo sguardo verso quei territori nordici che sembrano cosi stoici e imperturbabili, ma allo stesso tempo ciechi come cieca è una madre nei confronti del proprio figlio.
Non ci sono giustificazioni, non ci sono scusanti. C’è soltanto una ferita che sanguina, e sanguina colori purpurei e oscuri come quelli utilizzati nello Skrikdel 1893. Lo stesso Munch, descrivendo la sua opera, disse:

Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse di rosso sangue. Mi fermai, mi                           appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo nero azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici                               continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura.. e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Ed è sullo sfondo del fiordo nero azzurro che la città piange sangue, oggi, tremante di paura e terrore. E’ l’urlo silenzioso di una nazione che rimbomba assordantemente muto nello spazio infinito del mare di fronte l’isola di Utoya e si dirama fino ai palazzi infuocati della city di Oslo.

Giulia Paganelli

Alle tre ricercatrici che hanno illuminato il mio pensiero tra sabbia e pioggia

e al Fuoco, Ghiaccio e Sangue che oggi si mischiano sulla terra di Norvegia


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